Game of Thrones 1×08 “The pointy end”

Non fatevi ingannare dal caldo crescente di questi giorni, a Westeros l’inverno si avvicina inesorabile. La scintilla c’è stata e i Seven Kingdoms ormai sono una polveriera che sta scoppiare. E’ finito il tempo delle presentazioni e dei giochetti fatto negli angoli buoi dei palazzi di King’s Landing ed è arrivato il momento di andare in guerra.

“The Pointy End” è un episodio dal ritmo serrato. La tensione e il coinvolgimento emotivo sono molto alte fin dalle prime battute rimanendo costanti per tutta l’intera durata, culminando nel finale in un climax ascendente che lascia lo spettatore inquieto e in attesa.
La sceneggiatura, firmata da George R.R. Martin, autore dei romanzi della saga, è di un livello elevatissimo. Lo scrittore, a digiuno di sceneggiature televisive da molto tempo, non appare affatto arrugginito dimostrando ancora una volta, qualora ci fossero dubbi, quanto sia profonda la conoscenza che ha dei suoi personaggi.
Viene dato spazio dall’autore in questo episodio a figure come Robb Stark (ma anche Varys), che finora erano rimaste in secondo piano, ma  colpisce particolarmente lo spazio della caratterizzazione dedicato ai personaggi minori (sia nuovi, come lord Umber, sia quelli già conosciuti come la bruta Osha, Syrio Forel, Septa Mordane e Ser Barristan Selmy), senza, però, lasciare da parte quelli di “prima fascia” come Tyrion, Daenerys e Drogo.

Già dai primi momenti, l’episodio tocca uno dei suoi picchi migliori – se non proprio il migliore – nella sequenza iniziale mozzafiato dove ci è mostrato, alternate all’allenamento di Arya con Syrio Forel, il massacro dei servitori e dei soldati a seguito di Eddard Stark della capitale. Sequenza cruenta che trova però il suo apice emotivo nel sacrificio di due personaggi: una è l’anziana Septa, che affronta con dignità le spade sanguinanti dei Lannister, l’altro è proprio il “Dance Master” Syrio Forel protagonista di una spettacolare scena di combattimento contro ben quattro soldati, armato solo con una spada di legno. Entrambi si sacrificano per dare una chance di fuga alle due ragazze della casata Nordica. Di entrambi non ci viene mostrata la fine. Due scene che non sono sanguinose e violente come le precedenti ma che hanno un impatto emotivo assai più forte.

Non posso non dichiarare un certo affetto nei confronti del personaggio di Syrio Forel. Il suo addio con Arya per quanto veloce è stato davvero molto intenso ed emozionante (‎“Come with me. Run.” “The first sword of Braavos does not run”). Il maestro di danza lascia un’ultima importante lezione: mai fidarsi di quello che si dice, meglio vedere con i propri occhi (una lezione che dovrebbe imparare un po’ tutti gli Stark, in verità).
Purtroppo gli indizi non sembrano indicare una sua miracolosa sopravvivenza: la guardia reale che affronta il braavosiano, prima che l’ignoto cali su di lui, appare, infatti, anche nella scena finale, illeso. Io voglio, nonostante tutto, continuare a sperare che il primo spadaccino di Braavos sia riuscito in qualche modo a salvarsi (“Not Today”). In caso contrario questa “sospensione eroica” è, comunque, un ottimo modo di dire addio a questo personaggio che, sebbene sia apparso poco, ha saputo subito farsi apprezzare da molti, tra cui il sottoscritto.

 In questo inizio, però, c’è anche quella che forse è l’unica imperfezione di questo ottavo episodio: sto parlando della scena dove la piccola Arya Stark commette la sua prima uccisione, infilzando un ragazzino con Needle. Posso capire che in un episodio così denso di eventi qualcosa venisse irrimediabilmente sacrificata, ma questo avvenimento che, a mio parere, sicuramente avrà pesanti ripercussioni sul personaggio di Arya, appare davvero troppo importante per essere trattato così velocemente, quasi di sfuggita.

Da uno Stark ad un altro: Robb Stark. Il rampollo della casata dei Lupi, rimasto fino adesso inattivo in quel di Winterfell, si ritrova a dover compiere una scelta difficile ma inevitabile: radunare i vessilli e scendere in guerra (da brividi la scena in cui partono i corvi). Percorrendo questa strada, che in verità altri hanno tracciato per lui, il ragazzo, giovane e con poca esperienza, è costretto a diventare improvvisamente un uomo, un condottiero, un comandante. Dimostrandosi subito un leader deciso dotato di un certo polso e di un discreto carisma, riesce a conquistare (anche grazie all’aiuto del suo direwolf, Grey Wind) il rispetto dei suoi alleati più anziani e più esperti di lui come l’irrequieto lord Greatjon Umber, nascondendo bene dentro di sé le sue paure e le sue insicurezze che aveva mostrato in presenza del solo Greyjoy.
Bisogna vedere ora se sarà all’altezza del suo compito o se l’onore lo indurrà ad essere troppo ingenuo (come è successo a suo padre). Certo che 18mila (o 20mila) uomini contro due eserciti da 30mila ciascuno è una guerra molto difficile da vincere. Gli servono alleanze.

Robb Stark non è il solo, in questa puntata, che si dirige verso il proprio padre: mi sto riferendo ovviamente al buon Tyrion. “The Imp” ancora una volta ci dimostra quanto nonostante le sue dimensioni e le circostanze avverse sia sempre in grado di cavarsela, ma il suo futuro non appare roseo: arrivato finalmente al campo dei “Leoni”, dopo aver raccattato “compagni di ventura” per strada, non trova, infatti, la salvezza, ma un posto fra le prime linee nella battaglia contro gli Stark (per la gioia del suo affettuoso vecchio).

Lontani dalla guerra in corso altre due grandi minacce per i Sette Regni si fanno sempre più concrete. La prima da Nord, dove ai piedi della barriera iniziano ad arrivare i primi non morti mandati dai White Walkers che seminano panico fra i Guardiani della Notte.
La seconda, invece, da Est con i Dothraki che si apprestano a superare per la prima volta nella loro storia le acque salate del mare stretto. In questo episodio abbiamo un piccolissimo assaggio di cosa è capace di fare Drogo in combattimento e a farne le spese è un suo subalterno insolente. Una sequenza d’azione grandiosa che si conclude con una mossa del Khal tanto splatter quanto figa (siamo sul livello di una fatality di Mortal Kombat).
Sto adorando sempre di più questo personaggio brutale e selvaggio, puntata dopo puntata e devo dire che quando parla nella sua lingua è davvero un piacere ascoltarlo. Accanto a lui una Daenerys sempre più fiera e consapevole del suo ruolo, anche se per il momento indugia sulle atrocità dei Dothraki tipiche della guerra.

 Al centro di tutte queste dispute, però, rimane sempre il Trono di Spade ed è proprio nella sala dove esso è collocato che si svolge l’ennesimo grandissimo finale di puntata della serie (Game of Thrones non ne ha sbagliato uno). Una scena conclusiva che parte già con un primo picco emozionale che coinvolge il valoroso Ser Barristan Selmy, destituito forzatamente da capo delle guardie. Non si può non provare empatia per questo cavaliere che abbiamo conosciuto per la sua lealtà e dedizione al dovere (ancora in mente abbiamo il suo senso di colpa dopo l’incidente avvenuto al Re). L’ingiustizia di questo atto, unita all’ulteriore derisione da parte di Bealish, manda il valoroso guerriero – e noi spettatori – su tutte le furie. “Here Boy! Melt it down and add it to the others” con queste parole Ser Barristan lascia malamente la sala. Non credo certamente che sia dirigendo a quel castello che lui stesso ha definito “a hall to die in and men to bury me”, anzi sono pronto a scommettere che lo rivedremo presto.
Subito dopo, però, la tensione nella scena non cala con la richiesta di Sansa, intervallata dai vari interventi dei consiglieri che non fanno altro che aumentare il coinvolgimento emotivo di noi spettatori. Un crescendo che sale fino all’ “i will” incerto pronunciato da Sansa alla fine. La dissolvenza dietro alla spalliera, unita all’ipnotica musica dei titoli di coda, lascia lo spettatore inquieto e in apprensione per ciò che dovrà accadere. Cosa farà Eddard? Riconoscerà Joffrey come Re per avere salva la vita? E cosa succederà a Robb Stark che si appresta a fronteggiare in battaglia Tywin e Jaime Lannister? Tutto si fa sempre più incerto e, ovviamente, appassionante.

Voto 10-

Note

  • Avete notato Greyjoy come è felice qui? Secondo voi è perché è contento di andare in guerra contro i Lannister o perché nessuno in questo episodio lo ha rimproverato o preso in giro?
  • Dopo la fugace apparizione nel primo episodio, rivediamo il piccolo Rickon Stark il figlio più piccolo di Eddard e Catelyn.
  • Povero Bran. Chissà cosa avrà pensato quando Umber, dopo che gli sono state strappate le dita, è scoppiato a ridere con tutto il resto della combriccola di comandanti. La sua espressione è così esilarante che non posso non segnalarla.
  • “Tell me something, Varys. Who do you truly serve?” “The Realm, My Lord. Someone must”. Varys prende il posto di Littlefinger come personaggio più enigmatico della serie.
  • Anche io sono tra quelli che vorrebbe uno spin-off su Tyrion e Bronn. Che coppia.
  • In questo episodio non ci vengono mostrate, per la prima, dei seni nudi. In compenso abbiamo il pene di Hodor in bella vista per la gioia di Osha.
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Informazioni su Joy Black

Recensore Seriale e Hand of The King del blog di Seriangolo. Ha amato ed ama tuttora alla follia Lost, millantando di aver visto ogni episodio almeno 17 volte (in realtà sono molte di più). Proprio seguendo la creatura di J.J. Abrams, Damon Lindelof e Carlton Cuse, nasce in lui la passione per il mondo della serialità americana. Le sue serie preferite sono, oltre ovviamente a Lost, Battlestar Galactica, Breaking Bad e Game of Thrones. Altri suoi interessi sono i fumetti, il cinema e il wrestling. P.s. Di solito non parla in terza persona, ma in questa occasione fa figo.

Pubblicato il 11 giugno 2011, in Game of Thrones, Recensione episodi con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 2 commenti.

  1. Bravo! Trovato il link dai commenti su itasa 😉

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