Smallville: il (lunghissimo) cammino per diventare un eroe (Series Finale)

It’s a bird, it’s a plane…”

Smallville nasce nel 2001, come uno dei diversi progetti tentati in quegli anni dalla Warner per riportare in auge i supereroi della DC Comics in tv (tra questi, ricordo la sfortunatissima Birds Of Prey, ipotetico “sequel” del Batman burtoniano).
L’idea di partenza era molto semplice quanto azzardata: raccontare gli anni dell’adolescenza di Clark Kent, il futuro Uomo d’Acciaio, in un mash up di teenage drama e fantascienza che si rivelò ben presto un grande successo di critica e pubblico.

Le prime sette stagioni, sotto la supervisione diretta di Alfred Gough e Miles Millar, ideatori della serie, hanno presentato gli anni di Clark vissuti nella “tranquilla” cittadina di Smallville, in Kansas, dove un giorno, a metà degli anni ’80 (perché l’ambientazione temporale andava riscritta, dato che la serie è ambientata ai giorni nostri), una misteriosa e terribile tempesta di meteoriti aveva portato con sé anche una navicella spaziale con a bordo un bambino, ultimo sopravvissuto dell’esploso pianeta Krypton. L’idea geniale di Gough e Millar fu proprio quella tempesta di meteore, che, ben presto, si rivelò praticamente il tema portante di tutte le avventure successive di Clark: non solo gran parte dei villains che il ragazzo affronta nelle prime stagioni sono il risultato della “contaminazione da meteoriti”, ma i genitori della ragazza di cui Clark è innamorato da sempre, Lana Lang, vennero uccisi proprio da questa tempesta, causando un incredibile “senso di colpa” nel giovane Kent, che, per tutte le prime stagioni, si sente in qualche modo responsabile dei cambiamenti apportati al piccolo mondo di Smallville.

Quest’idea, ovvero quella che permette di mischiare fantascienza con dramma psicologico e di formazione, è qualcosa di assolutamente innovativo, ed ha portato la mitologia di Superman ad un livello a mio parere molto più alto rispetto a tutte le varie trasposizioni precedenti (e parla uno che ama alla follia i primi due film con Christopher Reeve…ops, Dr. Swan…ops!). Superman, infatti, se è il primo supereroe ad essere apparso nella storia dei fumetti, è anche quello che rischia di più di guadagnarsi l’astio di tutti: praticamente invulnerabile (tranne alla famosa kryptonite, che in Smallville si presenta in diverse varianti colorate, a volte sfociando nel ridicolo), moralmente ed intellettualmente superiore non solo ai comuni essere umani, ma anche a qualsiasi altro supereroe dell’universo DC (e dei fumetti in generale), insomma un Dio in Terra che, guarda caso, cade dal cielo e che del cielo (e del sole, quindi della luce) fa la sua casa. Come si può amare un eroe così superiore, così perfetto? E’ la domanda che si sono posti gli autori di fumetti più vicini a noi, che, come Gough e Millar in televisione, hanno cercato di umanizzare sempre di più la figura dell’Uomo d’Acciaio.

C’ERA UNA VOLTA UN RAGAZZO DI CAMPAGNA…

In Smallville, Clark ci appare come un ragazzo estremamente fragile, lui che è dotato di super forza, super velocità e immortalità: sono proprio i suoi poteri a renderlo diverso, a farlo sentire solo, in una condizione in cui non ha chiesto di vivere, con un dono che sembra più una maledizione. Le prime stagioni di Smallville, quelle più belle, si concentrano sull’accettazione di Clark delle sue origini e delle sue capacità, e per questo sono le stagioni più riuscite e più facilmente amabili. Perché, ammettiamolo: il successo di un supereroe oggi non dipende più da quanto è cool il suo costume (anche se aiuta!), dalle imprese impossibili che riesce a risolvere, dai suoi nemici talmente cattivi quanto caricaturali. Come in ogni altro entertainment che si rispetti, il supereroe è amato quando è possibile una identificazione con esso. La Marvel di Stan Lee l’aveva capito per prima, sfornando i primi “supereroi con super problemi”, la cui principale icona è Spider-Man; la DC ha cominciato a rendersene conto solamente negli ultimi anni, anche se il film di Donner sull’Uomo d’Acciaio aveva cercato per primo (senza successo, perché prematuramente) di puntare su questa strada.

Smallville è, io credo, la migliore trasposizione della mitologia di Superman, perché lo rende molto meno super e decisamente più umano. E’ molto più facile identificarsi nel Clark Kent interpretato da Tom Welling, basta sostituire le parole “super poteri”: quanti ragazzi fragili, intelligenti, dal cuore d’oro e dalle grandi capacità, non si sono sentiti almeno una volta diversi dagli altri? Quante volte hanno maledetto la loro condizione di diversità perché non conforme agli standard “normali” della altre persone, bollati come “sfigati”, solo perché non seguivano le mode, non compravano quello che compravano gli altri, non la pensavano come la pensano gli altri? Tutti i grandi artisti, le grandi figure di riferimento che hanno fatto la Storia, sono stati a loro tempo degli uomini dotati di “super doti”, ma incompresi, a volte emarginati. Il Clark di Smallville è la radicalizzazione di questo concetto: è duro vivere in questo mondo avendo delle doti che non si accetta solo per paura di non essere “normali”. Clark, come molti ragazzini (e adulti) che seguono la sua serie, non è “normale”, ha qualcosa in più. Non può amare (la sua storia con Lana è un continuo traballare che, giustamente, si concluderà in modo drammatico) e vivere come le altre persone, anzi, deve tenere nascosto a tutti quello che è veramente, perché altrimenti lo bollerebbero come mostro o, peggio ancora, ci andrebbero di mezzo le persone che lui ama di più e che sono le uniche ad averlo compreso ed accettato davvero: i suoi genitori. Per quanto non abbia dei super poteri (e non voglia apparire troppo megalomane) pure io, molte volte, ho ritrovato certi miei problemi (radicalizzati, ovviamente, in un approccio decisamente più sci-fi), in Clark Kent.

Le prime sette stagioni di Smallville (tra le quali spicca la quarta, la migliore in assoluto a mio parere), hanno per motivo comune non tanto la (lenta) scoperta dei suoi poteri, quanto l’accettazione di essi da parte di Clark, il suo modo di conviverci, cercando allo stesso tempo di comprenderne l’utilità, ovvero di riuscire ad usarli per un qualche bene superiore. Man mano che il destino di Clark si compie, è quindi abbastanza scontato che assisteremo ad un graduale allontanamento dalle idee iniziali della serie. Perché va bene tutto, ma Clark Kent è destinato a diventare Superman, come tutti sappiamo fin dall’inizio. Ecco quindi dalla seconda stagione fare capolino le vere origini di Clark, con la classica tematica del padre-padrone che in realtà sta solamente “mettendo alla prova” il figlio (il proverbiale “mi hai veramente deluso Kal-El” è diventato un motivo iconico di humour tra i fan della serie); dalla quinta stagione, invece, ci inoltriamo sempre più nell’universo DC, con l’arrivo dei personaggi della Justice League, i futuri “compagni di lavoro” di Clark, riadattati agli standard della serie. Per non parlare della bellissima evoluzione del personaggio di Lex Luthor, amico fraterno di Clark destinato a diventare il suo nemico peggiore (una presa di posizione originale e di successo di Gough e Millar rispetto al fumetto). L’amicizia, gli amori, il liceo, i problemi con i genitori: tematiche care alla tv per teenager riprese e inserite in un contesto inusuale che, per fare breccia nei cuori, devono per forza prendere delle distanze dalla matrice originale (ma del resto, gli autori ce l’hanno detto fin dall’inizio, dando una “data di nascita” a Clark decisamente più vicina a noi). Smallville, quindi, non è esattamente la narrazione delle origini di un mito, quanto una sorta di reboot. Anche se, come già accennato, ancora non mancano riferimenti (più o meno velati) alle prime pellicole sull’Uomo d’Acciaio (un film veramente fedele al fumetto, del resto, non c’è mai stato). A cominciare da certi motivi della soundtrack scritti da John Williams, che, gradualmente abbandonati, ritorneranno prepotentemente nel season finale, andato in onda lo scorso 13 maggio.

(DULCIS) IN FUNDO…

Già, perché Smallville è andata avanti per ben dieci anni, diventando una delle serie di fantascienza più lunghe della storia.

E’ strano vedere come gli ascolti si siano sempre mantenuti abbastanza regolari, nonostante le vicissitudini accorse negli ultimi anni di programmazione: Gough e Millar sono usciti dalla “direzione” della serie dopo la fine della settima stagione. Forse, cambiando un attimo il season finale di quell’anno, sarebbe stato meglio fermarsi lì.

Dall’ottava stagione abbiamo assistito ad un cambio di rotta decisamente più dark (indubbiamente influenzato, come ogni cosa ormai da diversi anni, dall’approccio di Christopher Nolan a Batman), con un Clark più adulto che, abbandonata Smallville, comincia a vivere molto di più la realtà di Metropolis, rendendosi gradualmente conto di come il mondo abbia in realtà bisogno delle sue capacità se vuole essere salvato. Questo è sicuramente un passo avanti nella sua caratterizzazione, se pensiamo che fino ad allora il nostro ha dovuto fare i conti solo con se stesso (chi era il suo nemico principale nella settima stagione? Un suo doppione malvagio). Ma è anche l’inizio dello sfacelo per la serie. La nona e la decima stagione sono sicuramente le più brutte della storia di Smallville e, probabilmente, con l’ultima andata in onda, si è toccato il fondo della qualità. Il cambio di autori e produttori ha sicuramente influito: della classe di Gough e Millar non è rimasto niente, le sceneggiature degli episodi sembrano a volte scritte da inesperti che non sanno come portare avanti la storia (ne sono un esempio i tanti villains accumulati nel corso della trasmissione: Superman non avrà più nemici da sconfiggere, dato che li ha già affrontati tutti quando non aveva il costume), gli effetti speciali sono sempre più scadenti, gli attori si riducono (nella decima stagione sono rimasti solo 4 regular), la fotografia (digitale) è visibilmente “finta” e scialba. Clark cresce, ma sempre più lentamente, e della “serie che racconta la vita del giovane Kent” non è rimasto niente (avrebbero potuto fare direttamente un spin-off intitolato “The Blur”…ma poi qualcuno ha pensato che in realtà “Smallville” è il soprannome affibbiato a Clark da Lois…che originalità!).

La decima stagione è di una verbosità incredibile, ci sono scene di dialogo lunghe anche più di 5 minuti, l’azione scema, il tutto si riduce all’attesa di vedere Welling col quel maledetto mantello rosso. Attesa poi non così premiata: l’ultimo episodio è sicuramente il migliore, anche se, come per il resto della stagione, assistiamo a mega riassuntoni delle stagioni precedenti, con trovate abbastanza discutibili. Mi permetto di segnalarne alcune che mi hanno lasciato interdetto:

1) i continui ripensamenti sul matrimonio: alla fine del 20° episodio sembrava che Clark e Lois non dovessero più sposarsi. Invece, dopo mezz’ora di dialogo, i due convolano a nozze…per poi non sposarsi più…e posticipare il tutto (forse) al flashforward finale;

2) se Darkseid è così terribile, e l’Oscurità ha ormai preso il controllo del mondo…come mai basta una breve conversazione con Oliver e il velocissimo spostamento del pianeta Apokalips (come lo dice Granny Goodness è impagabile) per risolvere tutto?

3) capisco che Tom Welling ha il costume di Brandon Routh in Superman Returns (film, a mio parere, sottovalutato)…però c’era proprio bisogno di quella scopiazzatura della scena dell’aereo?

4) il ritorno di Lex: Michael Rosenbaum è un grande, il motivo del suo ritorno no. E poi…quando è saltata fuori la storia della sostanza “cancella-memoria”? Però, il gioiellino del fulmine che colpisce la scritta “LuthorCorp”…ecco, quello mi ha fatto cancellare completamente tutte le perplessità di prima!!!!

5) il “fumetto”: Chloe (perché va e viene, sta qua?) dice a Clark: “ci vediamo nei fumetti”. Dato che abbiamo assistito all’incipit con il bambino, si potrebbe pensare che tutta la storia fin qui narrata sia un racconto…a fumetti, appunto. Per cui….WOW! Fino a che…quella maledetta inquadratura dell’arco!!! Ma perché mi avete rovinato questo sogno?

6) Lionel Luthor, Jonathan Kent e tutti gli altri ritorni: in una parola, inutili. Ah, scordavo Jimmy Olsen. Il fratellino dell’originale che abbiamo visto bambino alla fine dell’ottava stagione. Ma si chiama anche lui Jimmy?

7) quasi tutti i dialoghi della prima parte del finale sono contraddittori: prima Clark dice una cosa, poi Martha lo smentisce, ma poco prima Jonathan aveva detto la stessa cosa e andava bene…ma nelle puntate precedenti non aveva detto il contrario? No, aspetta…sono seriamente confuso…

Detto questo, però, mi faccio del male da solo. Perché Smallville sarà pure diventato un prodotto trash ormai, ma…come fai a non amarla? Il momento teatrale tra Clark e Lois divisi da una porta che parlano dell’amore (bravissimi gli attori); i falsi raccordi di sguardi nelle prime apparizioni del fantasma di Jonathan (su tutti quello dove Clark alza lo sguardo e sembra vederlo, mentre in realtà vede Oliver arrivare); l’inaspettata (davvero) fine di luTESSa; Clark che (FINALMENTE!) vola dopo dieci anni di attese; la musica di John Williams che conclude il tutto con il simbolo dell’Uomo d’Acciaio in primo piano. Forse non è rimasto niente del “giovane Clark Kent” e dei suoi problemi che Gough e Millar avevano creato; forse con la decima stagione la qualità già di per sé in bilico da due anni, è decisamente morta; forse hanno tirato tutto un po’ troppo per le lunghe; forse certe prese di posizione sono state fin troppo semplicistiche (non ci ha impiegato molto Oliver a far fuori i tre cattivoni…però, quanto è stato fico?); forse gli autori non sapevano come arrivare alla conclusione.

Ma forse la bellezza di una serie non si basa solamente sulla qualità, quanto sull’amore di fans e produttori. Perché ok, molti hanno continuato a seguire Smallville solo per vedere come andava a finire. Ma la curiosità non è forse amore per quello che si vuole scoprire? Io credo che al di là dei risultati delle ultime stagioni, Smallville sia stato in ogni caso un buon prodotto, che ha segnato l’immaginario televisivo degli anni 2000, e che abbia costruito una mitologia nuova e fresca (la migliore) su un personaggio iconico che aveva bisogno di un restyling moderno e all’avanguardia. Clark è diventato grande, ci ha impiegato tanto, ma ce l’ha fatta. Noi siamo cresciuti con lui e lo amiamo perché alla fine è riuscito non solo ad accettarsi, ma anche a capire che le sue doti sono essenziali per il mondo in cui vive (il vero travestimento è Clark Kent, non Supeman: Tarantino docet!). Quale ragazzo cresciuto a pane, film e fumetti non spera, un giorno, di diventare un eroe come lui?

Non è scesa la lacrimuccia, ma un sorriso commosso ha accompagnato questo storico season finale.

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Pubblicato il 18 maggio 2011, in Recensione episodi, Recensione finale di serie, Recensione finale di stagione, Recensioni generali, Smallville con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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