House M.D. – 7×13 Two Stories – 7×14 Recession Proof

Analizzare due puntate di una serie televisiva per volta porta con sé delle strane coincidenze. Mentre in alcuni casi può semplicemente evidenziare la superiorità di un episodio rispetto ad un altro, questa settimana ci troviamo di fronte a due puntate che, per quanto riguarda il rapporto tra House e la Cuddy, possono essere viste in modo speculare, quasi come se si completassero a vicenda – pur essendo, per tutto il resto, due puntate diversissime sia per casi che per struttura.

7×13 Two stories


Quante volte ci si lamenta della struttura classica del procedurale? Quante volte il classico schema “à la House” viene indicato come uno dei fattori che indicano la stanchezza della serie? Spesso, lo sappiamo. Ed è proprio per questo che un episodio come Two stories, pur affrontando il caso medico solo alla lontana e senza farlo diventare il centro della storia, diventa un’occasione per la serie di buttare all’interno della stagione degli episodi diversi, che sicuramente possono piacere o non piacere, ma che non correranno il rischio di passare inosservati.

La costruzione della puntata non segue un ordine cronologico e gli eventi accaduti si incastrano all’interno di tre linee narrative:
1-House, il caso, la Cuddy
2-House che, fingendosi un altro medico, racconta ad una classe una serie di fatti ospedalieri tra i quali compaiono quelli della linea narrativa 1
3-House che, per motivi inizialmente incomprensibili, si ritrova ad attendere fuori dall’ufficio del preside della scuola di cui sopra insieme a due ragazzini, ai quali racconta eventi della linea 1 e della linea 2.

Una struttura a più livelli, dunque, che permette allo stesso House di raccontare i fatti in modo distorto, basti pensare alla scena iniziale della sparatoria all’interno della casa – ripresa da Pulp Fiction, come fa in seguito notare lo studente saputello esperto di cinema; come se non bastasse, a queste storie si aggiungono quelle dei due ragazzini in attesa di un colloquio con la preside perché beccati mentre stavano per baciarsi.
Un episodio molto ricco di dettagli, di personaggi nuovi e di storie intrecciate in cui, per evidenti motivi, il caso della settimana non può avere molto spazio: la sua stessa risoluzione è poco soddisfacente e del resto, con scarso tempo a disposizione, non poteva essere più complesso di così.

La questione Huddy assume quindi un ruolo predominante e in questa puntata assistiamo alla crisi della Cuddy, che si rende conto di aver bisogno di un uomo più presente nella sua vita, più attento alle sue esigenze e non solo preso da se stesso. Certo, tutto nasce da uno spazzolino condiviso e da un sacchetto di immondizia non portato fuori, ma è chiaro come questi siano tutti elementi che nascondono un disagio più grande e che trapela dalle parole della stessa Cuddy:
You need me, House, and you may even love me.
But you don’t care about me. And I deserve someone who does.

Sarà proprio il tentativo di mostrare quando ci tenga a lei che porterà House direttamente alla Brye Park School, a tenere una lezione in cambio di un occhio di riguardo per l’iscrizione della piccola Rachel alla medesima scuola e sarà a causa di un nome falso che finirà direttamente dalla preside.

Una puntata molto caotica eppure estremamente comprensibile: non è facile scrivere episodi di questo tipo e non è facile nemmeno far sì che House si faccia perdonare dalla Cuddy nel giro del medesimo episodio. Eppure ci riesce, ammettendo a poco a poco quello che prova e come lui stesso si senta in questa storia:
I’m a moron, but that doesn’t mean I don’t care about you, that I don’t think about you, that I don’t want you to be happy. I was wrong, you were right. I can do better. Just give me a chance

E questa volta – a differenza di quella in cui aveva chiesto scusa, ma mentendo – sappiamo tutti quanto sia sincero.

Voto: 7 ½

Menzione d’onore per i ragazzini in attesa con House, per lo studentello esperto di cinema e soprattutto per la parola “moron” che compare ben 11 volte in 40 minuti.

7×14 Recession proof


Come si diceva, puntata speculare per quanto riguarda la questione Huddy, ma non per questo meno interessante sotto altri profili.

Il caso della settimana – terribilmente attuale nelle sue tematiche iniziali, come da titolo – si configura come il classico enigma in cui tutto è possibile, a causa del lavoro intrapreso dal paziente e della stessa diagnosi, che risulterà essere una di quelle sindromi rarissime che hanno sì e no un migliaio di persone in tutti gli Stati Uniti: prima di arrivare alla soluzione, le ipotesi saranno le più disparate.
Ci sono però dei temi trasversali a tutte le storie della puntata e hanno a che fare con la fiducia, giusta o mal riposta, le scuse, che rischiano a volte di arrivare in ritardo, e la sincerità, utile finché non si prevedono fino in fondo le conseguenze.
Vediamo così il paziente, che ha mentito alla moglie sulla perdita del proprio lavoro, rimanere da solo proprio quando ne ha più bisogno e vediamo la moglie pentirsi e chiedergli scusa per la sua fuga quando ormai è troppo tardi: il paziente, infatti, muore proprio quando lo staff era riuscito a capire cosa avesse e a trovare la cura.
Abbiamo poi Chase e la Masters, che passano tutto l’episodio a punzecchiarsi salvo poi riuscire davvero ad aiutarsi a vicenda proprio grazie ad un’onestà e ad una fiducia che non avevano mai avuto reciprocamente.
Foreman
e Taub, presi in giro per tutto l’episodio in quanto ormai coinquilini, si comportano effettivamente da coppietta disfunzionale e arrivano quasi alla “separazione”: solo alla fine, scusandosi entrambi, si accorgeranno che, nella rabbia delle discussioni, si sono sinceramente detti quello che dovevano sentirsi dire.
Wilson
non riesce a credere che House farà qualcosa di carino per la Cuddy senza un personale tornaconto – del resto, quando risponde che non ci crede “per esperienza” lo stesso Greg se la ghigna sotto i baffi – eppure alla fine si scuserà con House per non avergli creduto. (Certo che anche la Cuddy…ma come fa a vederci del giusto nell’accoppiata “premiazione” e “Mariachi”?)

L’ultima parte della puntata si distanzia un po’ dal resto e si concentra sulla domanda esistenziale che molti – dentro e fuori dalla serie tv – si pongono: la solitudine, il cinismo e la stronzaggine di House sono elementi essenziali per il suo genio? In altre parole: è possibile avere un dottor House bravo E felice?
Non ho apprezzato molto questa virata all’interno dell’episodio e non perché sia sbagliato affrontare la questione, ma perché è stata relegata agli ultimi minuti con la sensazione di essere lì giusto perché qualcuno è passato e l’ha attaccata col Vinavil.

House che si sbronza, va dalla Cuddy e le dice che preferisce perdere pazienti ed essere felice piuttosto che essere un medico perfetto ma solo… Non so, non mi soddisfa. Perché va bene che aveva appena perso un paziente, va bene che non è nemmeno il primo che lui non riesca a curare negli ultimi mesi, ma credo che in nessuno di questi casi sia stata “colpa” della sua relazione con Lisa.
Mi sta bene che Greg scelga la sua felicità davanti ad ogni cosa, ma il punto è che per me qui non c’è proprio la questione della scelta. Il dubbio è solo “di costruzione del personaggio” (a.k.a. “come portiamo avanti House M.D. se diventa tutto cicci picci?”): perché se House fosse davvero arrivato a porsi un quesito del genere, sappiamo benissimo che avrebbe lasciato Lisa seduta stante.
E invece prima va in crisi, poi non va alla serata della premiazione preferendo di gran lunga ubriacarsi e sfogare tutti i suoi dubbi su Wilson, finché alla fine va dalla Cuddy e finisce tutto a tarallucci e vino. Nell’arco di una sera?

Credo che in quest’ultima parte della puntata gli autori abbiano fatto il passo più lungo della gamba, affrettandosi a dare una risposta che poteva arrivare con molta più calma e in modo più naturale.

Voto: 7-

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Informazioni su xfaith84

La sua passione per le serie tv inizia quando, non ancora compiuti i 7 anni, guarda Twin Peaks e comincia a porsi le prime domande esistenziali: riuscirò mai a non avere paura di Bob, a non sentire più i brividi quando vedo il nanetto, a disinnamorarmi di Dale Cooper? A distanza di vent’anni, le risposte sono ancora No, No e No. Inizia a scrivere di serie tv quando si ritrova a commentare puntate di Lost tra un capitolo e l’altro della tesi e capisce che ormai è troppo tardi per rinsavire quando il duo Lindelof-Cuse vince a mani basse contro la squadra capitanata da Giuseppe Verdi e Luchino Visconti. Ama le serie complicate, i lunghi silenzi e tutto ciò che è capace di tirarle un metaforico pugno in pancia, ma prova un’insana attrazione per le serie trash, senza le quali non riesce più a vivere. La chiamano “recensora seriale” perché sì, è un nome fighissimo e l’ha inventato lei, ma anche “la giustificatrice pazza”, perché gli articoli devono presentarsi sempre bene e guai a voi se allineate tutto su un lato - come questo form costringe a fare. Si dice che non abbia più una vita sociale, ma il suo migliore amico Dexter Morgan, il suo amante Don Draper e i suoi colleghi di lavoro Walter White e Jesse Pinkman smentiscono categoricamente queste affermazioni.

Pubblicato il 5 marzo 2011, in House M.D., Recensione episodi con tag . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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