The Office

Born in the U.K

Era il 2001 quando le menti geniali di Ricky Gervais e Stephen Merchant portarono sulla BBC The Office, serie ambientata nel mondo della carta che segue le vicende dei dipendenti della compagnia fittizia Wernham Hogg Paper Company.

Nel ruolo del capo, David Brent, troviamo lo stesso Gervais, rappresentazione di tutto ciò che un superiore non dovrebbe essere, con il disperato bisogno di far ridere i propri dipendenti. Al suo fianco Gareth Keenan (Mackenzie Crook, I Pirati dei Caraibi), assistente (al) manager regionale, altro personaggio sopra le righe il quale prende il lavoro troppo sul serio e per questo è vittima dei prank (abbreviazione di practical joke) di Tim. Tim Canterbury (Martin Freeman – lo vedremo nel ruolo di Biblo Baggins ne Lo Hobbit) è l’unico personaggio “normale” insieme alla receptionist Dawn Tinsley (Lucy Davis) della quale è invaghito e che però sta insieme a uno del magazzino, Lee (Joel Beckett). Questa love story è uno degli archi narrativi principali della serie, che si alterna con le situazioni particolarmente imbarazzanti in cui si vanno a cacciare David e Gareth.

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Impostato come un documentario e senza le tipiche risate in sottofondo delle sitcom, The Office trova il suo punto di forza nelle gag, nelle situazioni irreali che si verificano quotidianamente nell’ufficio, nei ritmi non altissimi dell’umorismo inglese e negli ottimi interpreti che sanno dare qualcosa in più ai loro personaggi.

Inizialmente The Office non fu un enorme successo, rischiando addirittura di essere cancellato. Ma presto iniziò a racimolare consensi diventando un vero cult osannato da critica e pubblico, riuscendo a vincere due Golden Globe, uno per miglior serie commedia e l’altro a Ricky Gervais per la sua superba interpretazione.

Across the sea

Quando una serie raggiunge la fama di The Office, è impossibile passare inosservati agli attenti occhi dei network americani. Così, due anni dopo la fine della programmazione in Inghilterra, la NBC decise di creare la propria versione di The Office.

Nella veste di produttori esecutivi e co-sceneggiatori riapparirono nuovamente Gervais e Merchant, con l’aggiunta di Greg Daniels, scrittore di note serie come I Simpson, King Of The Hill e Saturday Night Live.

Prendere in mano un prodotto di successo come The Office, che in quattro anni è riuscito ad unire un gruppo di fan affezionatissimi, per farne un remake è sempre un azzardo, perché proprio questi ultimi saranno i primi a storcere il naso di fronte alla possibile demolizione del loro gioiellino. Inoltre si corre il rischio di fare una trasposizione copiata fotogramma per fotogramma con attori diversi senz’anima e tutt’altro che innovativa.

L’importanza del casting

I produttori sono a conoscenza di tutte queste minacce. Una delle prime mosse per muoversi verso l’originalità e riuscire a superare gli ostacoli creati dalla serie originale, è stata quella di raggruppare un gruppo di attori fantastici, perfetti nelle loro parti, in grado di non far sentire troppo la mancanza dei vari Gervais, Freeman e Crook.

A prendere il posto di Gervais troviamo il grande Steve Carell, nel ruolo di Michael Scott, al quale si aggiungono i vari John Krasinski, Jenna Fischer, Rainn Wilson e B.J Novak.

I personaggi rimangono più o meno gli stessi, con l’aggiunta di qualche elemento, ma cambiano i nomi. E’ così che David diventa Michael Scott, Tim è Jim, la receptionist Dawn Pam, e l’assistente (al) manager regionale Dwight.

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Dei nuovi attori solo Krasinski afferma di essere stato un fan dell’originale. Carell decide invece di non vedere il lavoro di Gervais per poter dare la sua interpretazione di Michael Scott.

“The most sacred thing I do is care… Today I am in charge of picking a great new healthcare plan. Right? That’s what this is all about. Does that make me their doctor? Um, yes. Like a specialist.” Michael Scott

E’ dopo averli visti nella prima puntata che si capisce quanto importante sia il casting. Una serie come Flash Forward deve buona parte del suo insuccesso alla terribile scelta degli attori. The Office, come ad esempio Lost, con un cast perfetto rende guardabile e più coinvolgente anche un episodio mediocre, evidenziando l’abilità degli attori nel portare al pubblico sensazioni che vanno oltre la recitazione.

Scrittura e cambiamento

La prima puntata è scritta da Gervais e Merchant, e la cosa è abbastanza evidente. I tempi comici sono gli stessi della versione made in U.K, le situazioni anche e la differenza dall’originale sembra poca. Ma già dal secondo episodio (scritto da uno degli attori, B.J Novak) si nota il cambiamento di direzione, la voglia di dare allo show una propria identità lontana da quella del predecessore.

Il risultato è incredibile, con alcuni episodi che raggiungono dei livelli di comicità altissimi, come “Basketball”. Gervais presto si allontana dalla lavorazione, mentre Merchant rimane, insieme ad un gruppo di sceneggiatori brillanti come Mindy Kaling, anche lei parte del cast di attori, Paul Lieberstein, e Michael Schur, in grado di superare a mio avviso la versione inglese. Rimane l’impostazione originale, (lo stile da documentario con la telecamera che diventa addirittura un personaggio di cui i protagonisti sono a conoscenza e con cui interagiscono sia a fini narrativi come per spiare magari un altro dipendente, sia per le interviste che intermezzano gli episodi), la storia d’amore impossibile tra Tim (ora Jim) e Dawn (Pam), ma per il resto sembra quasi un’altra serie. Questa volta si sceglie come ambientazione una filiale della Dunder Mifflin Paper Company, nella città di Scranton in Pennsylvania.

È ammirevole il cambiamento di direzione attuato e soprattutto l’abilità nel non farsi influenzare dall’enorme numero di sitcom americane che sembrano quasi costrette a far ridere lo spettatore. In The Office la sensazione è quella che ogni risata sia spontanea, provocata dalla genialità delle situazioni, della scrittura e dall’improvvisazione, che gioca un ruolo fondamentale nella serie, e non da forzature comiche a volte eccessive e scadenti.

Il successo

La serie debuttò nel marzo del 2005 con una prima stagione di sei episodi. Il pilot fu seguito da undici milioni di spettatori, mentre gli ascolti delle puntate successive furono dimezzati. Ma The Office fu rinnovato per una seconda stagione, raggiungendo il successo sperato da parte di pubblico e critica, tant’è che nel 2006 arrivò l’Emmy per miglior serie commedia, oltre al Golden Globe a Steve Carell, come accade qualche anno prima all’amico e collega Ricky Gervais, oltre a numerosi premi per il cast.

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Al momento negli Stati Uniti va in onda la settima stagione, e The Office rimane uno dei programmi più seguiti. Nonostante un lieve calo nella qualità a metà della sesta stagione, la serie ha sempre mantenuto uno standard altissimo di qualità e comicità, aggiungendo con successo personaggi nuovi come Andrew Bernard, interpretato da Ed Helms (Una Notte Da Leoni).

In Italia la versione inglese di The Office è andata in onda su MTV, mentre quella americana si è vista su SKY, interrotta però a metà della terza stagione. Forse è un genere di umorismo che al pubblico italiano non piace. Il mockumentary può non attirare lo spettatore medio per la sua diversità, e vedendo le produzioni televisive del bel paese, a parte le solite eccezioni come Boris e Romanzo Criminale, il cambiamento non va di moda.

Per tutti gli amanti delle serie di qualità invece, The Office è un appuntamento imperdibile, un vero gioiello che merita di essere visto e rivisto nelle sue sette stagioni andate in onda finora, perché è davvero un prodotto di rara completezza entrato da subito nell’immaginario collettivo lanciando tormentoni come “that’s what she said”, e la cui influenza si è vista in serie successive come il bellissimo Modern Family della ABC.

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Pubblicato il 6 gennaio 2011, in Recensioni generali, Serie Consigliate, The Office con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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